Asmara un tuffo al cuore.

 



La visita di Asmara è un tuffo al cuore.


Questa città sospesa sull’altopiano abissino è la protagonista di una storia quasi surreale, sviluppatasi in un mondo lontano, ma che ci riguarda incredibilmente da vicino. Asmara fu edificata in vista di un futuro luminoso che non arrivò mai, quello di un Impero che morì nella culla: l’Africa Orientale Italiana.

Potremmo definirla un laboratorio intatto dell’architettura italiana della prima metà del ’900, creato dal nulla in un momento storico in cui esisteva ancora una fiducia quasi ingenua nella modernità; uno spazio utopico nel quale convivono razionalismo, futurismo e art déco. La sua coerenza urbanistica è impressionante: gran parte di ciò che esisteva nel 1941 è ancora lì.

Mentre da noi la ricostruzione del dopoguerra ha finito per rimescolare il volto e gli stili delle città, qui sembra che il tempo si sia cristallizzato: persino i banconi dei bar e le poltroncine dei cinema sono rimasti gli stessi. A ben guardare, Asmara è più modernista di tante nostre città italiane, perché è rimasta ferma alla prima metà del secolo scorso; per questo ti avvolge in un’atmosfera così coerente che lascia senza fiato.

Eppure non c’è dubbio, siamo nel cuore dell’Africa: basta visitare il grande caravanserraglio di Medareb, con le sue officine meccaniche che riciclano qualsiasi cosa, ridando vita a mezzi vecchi di cent’anni, per capirlo.

Allora la storia si rimescola, e il passato, che credevi sepolto per sempre, rispunta così nitido e vivo che quasi fa male. Come quando visiti il cimitero militare italiano e leggi sulle lapidi i nomi dei tantissimi giovani che hanno dato la vita per… che cosa?

È qui che ho capito che non si possono azzerare cinquantasei anni della nostra presenza coloniale in Eritrea sotto il macigno di un giudizio superficiale: la storia non è un social.

D’altronde, la gente con cui parliamo per le strade e nei bar ce lo ricorda continuamente: l’Italia è ancora una memoria viva, contraddittoria certo, ma sorprendentemente affettuosa. E allora la domanda si rovescia: e dopo il periodo coloniale, e durante la lunghissima guerra con l’Etiopia, e oggi… non avremmo potuto fare di più per l’Eritrea?

Oggi le domande sono più delle risposte. E quando cala la sera sull’altopiano di Asmara, capisco che preferisco così.