Addio all'Eritrea: Adi Quala.

 


L’ultimo giorno ci offre l’ultima provocazione di questo viaggio difficile, densissimo ed indimenticabile: l’altopiano tigrino fino ad Adì Quala, al confine con l’Etiopia. Il confine è impenetrabile e politicamente nettissimo - oggi, solo 10 km più avanti, c’è una terribile guerra in atto a cui l’Eritrea si dice non sia estranea -, ma culturalmente divide in due uno spazio unico: lingua tigrina, cristianesimo Tewahedo, monasteri, tradizioni ge’ez.

Qui l’altopiano si offre a noi nel suo splendore più puro: campi coltivati, cereali, pascoli, eucalipti, villaggi, montagne basse e grandi spazi aperti. Se non ci fosse alcuna meta, varrebbe comunque la pena venire fin qui (tre ore da Asmara lungo una strada senza le curve di ieri) solo per godere del panorama e per girovagare nei villaggi del Tigray.

Ma ci sono ragioni molto precise per cui questa giornata merita di chiudere la nostra esplorazione dell’Eritrea.

La prima è il confine stesso, che ci permette di toccare con mano la complessità e la drammaticità della storia abissina, a cui anche noi italiani apparteniamo.

La seconda è il sacrario dedicato ai caduti di Adua, dove sono conservati i resti di quasi 4.000 soldati morti nella più disastrosa sconfitta dell’avventura coloniale italiana. Dall’alto contempliamo l’immenso paesaggio verso Adua. Oggi, poco più in là, altri uomini hanno ricominciato a combattere e a morire, forse senza neanche capire perché.

La terza è una delle più belle chiese ortodosse dell’Eritrea, Santa Maria, che conserva la tipologia tradizionale della chiesa Tewahedo: una forma che ricorda una grande capanna e un interno circolare, articolato in corridoi concentrici interamente coperti di pitture sacre. Al centro si trova il sancta sanctorum, che custodisce le tavole della legge. Secondo l’antichissima tradizione etiopica, Menelik, figlio di Salomone e della regina di Saba, avrebbe portato con sé in Etiopia l’Arca dell’Alleanza. È qui che si comprende quanto profondamente cristianesimo etiopico e tradizione biblica ed ebraica siano ancora legati a doppio filo.

Rientriamo ad Asmara dopo un pasto frugale e ci concediamo un ‘macchiato’ al caffè Crispi, rimasto anch’esso incredibilmente identico a novant’anni fa. È l’ultima cartolina dall’Eritrea, l’ultima istantanea di un viaggio difficile perfino da immaginare prima di partire, che ci ha regalato emozioni, riflessioni e suggestioni imprevedibili.

È l’ora di tornare a casa, alle nostre abitudini e alle nostre comodità. In Eritrea di comodità ce ne sono ben poche e bisogna rinunciare a tante abitudini: non è stato un viaggio facile, ma anche per questo è uno di quelli che rimarranno più impressi nella mia memoria. Perché ha spalancato un libro di ricordi che credevo chiuso per sempre e mi ha catapultato in un mondo di fiabe e di drammi, di miserie e meraviglie; un mondo lontanissimo, eppure così vicino che ti sembra di esserci nato.

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